„Ona mi je objasnila da tako Istrijani zovu ljude koji su se doselili.”
Nela Glavaš, Bugojno (Bosna i Hercegovina) – Medulin
U Istri od 2005. godine

Moje ime je Nela Glavaš. Rođena sam 1969. godine u Bugojnu, u Bosni i Hercegovini. Naša priča o dolasku u Istru nije počela odlukom o selidbi, nego ratom. Godine 1991., u najtežem trenutku, s dvoje male djece otišla sam u Austriju. Sin je imao dva mjeseca, kći dvije godine. Muž je tada radio u Austriji i, kao i mnogi drugi, živjeli smo s mišlju da je sve to privremeno, da ćemo se jednom negdje ponovno skućiti.
Medulin u početku nije bio san ni cilj, nego slučajnost. Mužev brat kupio je ovdje zemljište, pa smo i mi došli pogledati. Gledali smo svoj život u Austriji, plaćali stan, radili da preživimo, i shvatili da bismo ovdje možda mogli napraviti nešto svoje. Ako sagradimo kuću, riješit ćemo stambeno pitanje. Ako napravimo apartmane, možda ćemo još nešto zaraditi tijekom sezone. Tako je počela naša istarska priča. Odluka je bila trajna. Nije bilo “malo ovdje, malo tamo”. Kad je kći trebala krenuti u srednju školu, znali smo da treće opcije nema. Ili Medulin, ili ostanak u Austriji. Odabrali smo Medulin. Danas znam da je to bio pravi potez.
Ali nije bilo lako. Ja sam s djecom došla 2005. godine, a muž je ostao još dvije godine u Austriji. Kći je imala petnaest godina, sin trinaest i pol. Došli smo bez obitelji, bez poznatih ljudi, bez ikoga tko bi nas dočekao. Financijski je bilo jako teško. Imali smo kredite, gradili smo kuću, snalazili se kako smo znali. Sjećam se trenutka kad su nam isključili struju jer nismo imali čime platiti račun. Prodala sam svoje zlato da nas ponovno priključe. Sjećam se i mjeseca kad smo nas troje živjeli od sto eura koje je muž poslao. To su stvari koje ne zaboraviš. Naša prva kuća bila je zapravo drvena baraka. Moj muž ju je sagradio da imamo gdje prespavati dok traje gradnja. Unutra smo imali čak i šator, zbog komaraca. Nama je i to bilo lijepo, jer je bilo naše. Jedno jutro, dok smo tako spavali, netko je pokucao na vrata te barake. Bila je to susjeda. Donijela nam je skuhanu tursku kavu. To je bila jedna mala gesta, ali meni je ostala za cijeli život. U tom razgovoru prvi put sam čula riječ “furešti”. Nisam tada ni znala što znači. Ona mi je objasnila da tako Istrijani zovu ljude koji su se doselili.
Danas, nakon svih ovih godina, mogu reći da osobno nisam imala teških iskustava s ljudima. Osjeti se ponekad razlika, osjeti se da nisi rođen ovdje, ali nikad nisam imala osjećaj da zbog toga ne vrijedim ili da ne pripadam. U Medulinu je tada bilo malo ljudi, svi su se poznavali, djeca su se brzo povezala, a preko djece i mi roditelji. Vozila sam djecu u školu, u grad, na aktivnosti – ne samo svoju, nego i drugu. Nije bilo važno tko je čiji. Tako se čovjek uklopi: kroz život, kroz svakodnevicu, kroz male stvari.
Najviše nepripadanja danas osjetim na društvenim mrežama. Kad se pod nekom objavom o novim zgradama, gužvama ili doseljavanju počnu nizati komentari: “furešti”, “došljaci”, “oni priko Učke”. To su ružni komentari. I mislim da to puno više govori o onima koji ih pišu nego o nama koji smo došli. Jer nitko nama nije ništa poklonio. Zemlju smo kupili. Kuću smo izgradili. Posao smo stvorili svojim rukama. Nismo prodali ni djedovinu ni očevinu u Bosni – ovo što imamo, sami smo stvorili. Rad nas je održao, ali nas je i povezao s ljudima.
Istodobno smo gradili i obitelj. Djeca su završila škole, osnovala svoje obitelji, a danas imamo četvero unučadi. Kad gledam njih kako ovdje odrastaju, znam da smo u Istri stvarno stvorili budućnost. Mi smo Hrvati katoličke vjere i držimo do svojih običaja, vrijednosti i obitelji. To smo prenijeli i na svoju djecu, a sada oni to prenose na svoju. Vjerujem da upravo to doprinosi Istri – ne tako da se netko zatvori u svoje, nego da donese ono što jest i ugradi to u mjesto u kojem živi. Ostati vjeran svojim korijenima, a pritom se otvoriti novom domu. Ja se ne dijelim od drugih ljudi. Ne gledam tko je odavde, a tko nije. Svi smo mi ljudi. I na kraju čovjeka ne određuje mjesto rođenja, nego njegova djela i njegovo srce. A moje srce je odavno našlo dom ovdje.
Nela Glavaš
ITA
“Mi ha spiegato che così gli istriani chiamano le persone che si sono trasferite qui.”
Nela Glavaš, Bugojno (Bosnia ed Erzegovina) – Medolino
In Istria dal 2005
Mi chiamo Nela Glavaš. Sono nata nel 1969 a Bugojno, in Bosnia ed Erzegovina. La nostra storia di arrivo in Istria non è iniziata con una decisione di trasferimento, ma con la guerra. Nel 1991, nel momento più difficile, sono partita per l’Austria con due bambini piccoli. Mio figlio aveva due mesi, mia figlia due anni. Mio marito lavorava già in Austria e, come molti altri, vivevamo con l’idea che fosse tutto temporaneo, che un giorno ci saremmo sistemati di nuovo da qualche parte.
Medolino, all’inizio, non era un sogno né un obiettivo, ma una casualità. Il fratello di mio marito aveva comprato un terreno qui, così siamo venuti a vedere anche noi. Guardavamo la nostra vita in Austria: pagavamo un affitto, lavoravamo per sopravvivere, e abbiamo capito che forse qui avremmo potuto costruire qualcosa di nostro. Se costruiamo una casa, risolviamo il problema abitativo. Se facciamo appartamenti, forse potremo anche guadagnare qualcosa durante la stagione. Così è iniziata la nostra storia istriana. La decisione è stata definitiva. Non c’era un “un po’ qui, un po’ là”. Quando nostra figlia doveva iniziare la scuola superiore, sapevamo che non c’erano altre opzioni: o Medolino o restare in Austria. Abbiamo scelto Medolino. Oggi so che è stata la scelta giusta.
Ma non è stato facile. Io sono arrivata con i bambini nel 2005, mentre mio marito è rimasto ancora due anni in Austria. Mia figlia aveva quindici anni, mio figlio tredici anni e mezzo. Siamo arrivati senza famiglia, senza conoscenti, senza nessuno ad accoglierci. Dal punto di vista economico è stato molto difficile. Avevamo prestiti, stavamo costruendo la casa, ci arrangiavamo come potevamo. Ricordo il momento in cui ci hanno staccato la corrente perché non riuscivamo a pagare la bolletta. Ho venduto i miei gioielli per farci riallacciare la luce. Ricordo anche il mese in cui in tre abbiamo vissuto con cento euro che ci aveva mandato mio marito. Sono cose che non si dimenticano.
La nostra prima casa era in realtà una baracca di legno. Mio marito l’aveva costruita per avere un posto dove dormire mentre proseguivano i lavori. Dentro avevamo perfino una tenda, per proteggerci dalle zanzare. Per noi era comunque una cosa bella, perché era nostra. Una mattina, mentre dormivamo lì, qualcuno ha bussato alla porta della baracca. Era una vicina. Ci ha portato un caffè turco già preparato. Un piccolo gesto, ma che mi è rimasto dentro per tutta la vita.
In quella conversazione ho sentito per la prima volta la parola “foresti”. Allora non sapevo nemmeno cosa volesse dire. Lei mi ha spiegato che così gli istriani chiamano le persone che si sono trasferite qui.
Oggi, dopo tutti questi anni, posso dire che personalmente non ho avuto esperienze difficili con le persone. A volte si percepisce una differenza, si sente che non sei nata qui, ma non ho mai avuto la sensazione di non valere o di non appartenere. A Medolino allora c’erano poche persone, tutti si conoscevano, i bambini si sono subito legati tra loro e, attraverso i figli, anche noi genitori. Portavo i bambini a scuola, in città, alle attività — non solo i miei, ma anche quelli degli altri. Non importava di chi fossero. È così che ci si integra: attraverso la vita, la quotidianità, le piccole cose.
Oggi il senso di non appartenenza lo sento soprattutto sui social media. Quando sotto qualche post su nuove costruzioni, traffico o arrivi iniziano a comparire commenti come “foresti”, “quelli di oltre il Monte Maggiore”. Sono commenti brutti. E credo che dicano molto più su chi li scrive che su di noi che siamo arrivati. Perché nessuno ci ha regalato nulla. Abbiamo comprato il terreno. Abbiamo costruito la casa. Ci siamo creati il lavoro con le nostre mani. Non abbiamo venduto né la terra dei nonni né quella dei genitori in Bosnia: quello che abbiamo lo abbiamo costruito da soli. Il lavoro ci ha sostenuti, ma ci ha anche legati alle persone.
Allo stesso tempo abbiamo costruito una famiglia. I figli hanno finito la scuola, hanno formato le loro famiglie e oggi abbiamo quattro nipoti. Guardandoli crescere qui, so che in Istria abbiamo davvero costruito un futuro. Siamo cattolici e teniamo alle nostre tradizioni, ai nostri valori e alla famiglia. Questo lo abbiamo trasmesso ai nostri figli e ora loro lo trasmettono ai loro. Credo che questo sia il contributo che si dà all’Istria: non chiudersi in sé stessi, ma portare ciò che si è e integrarlo nel luogo in cui si vive. Restare fedeli alle proprie radici, aprendosi allo stesso tempo alla nuova casa.
Io non mi separo dagli altri. Non guardo chi è di qui e chi non lo è. Siamo tutti persone. E alla fine non è il luogo di nascita a definire una persona, ma le sue azioni e il suo cuore. E il mio cuore ha da tempo trovato casa qui.
ENG
“She explained to me that this is what Istrians call people who have moved here.”
Nela Glavaš, Bugojno (Bosnia and Herzegovina) – Medulin
In Istria since 2005
My name is Nela Glavaš. I was born in 1969 in Bugojno, in Bosnia and Herzegovina. Our story of arriving in Istria did not begin with a decision to move, but with the war. In 1991, at the most difficult moment, I left for Austria with two small children. My son was two months old, my daughter was two years old. My husband was already working in Austria and, like many others, we lived with the idea that everything was temporary, that one day we would settle somewhere again.
Medulin, at the beginning, was neither a dream nor a goal, but rather a coincidence. My husband’s brother had bought land here, so we came to have a look as well. We were looking at our life in Austria – paying rent, working to survive – and we realized that perhaps here we could build something of our own. If we build a house, we solve our housing problem. If we build apartments, we might also earn a living during the season. That is how our Istrian story began. The decision was final. There was no “a bit here, a bit there.” When our daughter was about to start secondary school, we knew there were no other options: either Medulin or remaining in Austria. We chose Medulin. Today I know it was the right decision.
But it was not easy. I arrived with the children in 2005, while my husband stayed in Austria for another two years. My daughter was fifteen, my son thirteen and a half. We arrived without family, without acquaintances, without anyone to welcome us. Financially it was very difficult. We had loans, we were building the house, we managed as best we could. I remember the moment when they cut off our electricity because we couldn’t pay the bill. I sold my jewellery to have it reconnected. I also remember the month when the three of us lived on one hundred euros that my husband sent us. These are things you never forget.
Our first house was actually a wooden shack. My husband built it so we would have a place to sleep while construction continued. Inside, we even had a tent to protect ourselves from mosquitoes. For us, it was still something beautiful, because it was ours. One morning, while we were sleeping there, someone knocked on the door of that shack. It was a neighbour. She brought us a freshly made Turkish coffee. A small gesture, but one that stayed with me for the rest of my life.
In that conversation, I heard the word “furesti” for the first time. I did not even know what it meant then. She explained that this is what Istrians call people who have moved here.
Today, after all these years, I can say that personally I have not had difficult experiences with people. You can sometimes sense a difference, you can feel that you were not born here, but I have never felt that I am worth less or that I do not belong. In Medulin there were few people at the time; everyone knew each other. The children quickly connected, and through the children, we parents did as well. I drove children to school, into town, to activities – not only my own, but others as well. It was never important who belonged to whom. That is how you integrate: through life, everyday routines, small things.
Today, I feel a sense of non-belonging mostly on social media. Under posts about new buildings, traffic, or newcomers, comments appear such as “furesti”, “outsiders”, “those from over Učka”. These are ugly comments. And I think they say much more about the people who write them than about those of us who came. Because no one gave us anything. We bought the land. We built the house. We created our work with our own hands. We did not sell our grandparents’ or parents’ land in Bosnia – everything we have, we built ourselves. Work sustained us, but it also connected us to people.
At the same time, we built a family. Our children finished school, started their own families, and today we have four grandchildren. Watching them grow up here, I know that in Istria we have truly built a future. We are Catholics and we value our traditions, our values, and our family. We passed this on to our children, and now they pass it on to theirs. I believe this is what you contribute to Istria: not by closing yourself off, but by bringing who you are and integrating it into the place where you live – staying true to your roots while opening yourself to a new home.
I do not separate myself from others. I do not look at who is from here and who is not. We are all people. And in the end, a person is not defined by their place of birth, but by their actions and their heart. And my heart has long since found its home here.

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